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…………..ed io continuo a sperare…………………………………………………………

Giorno dopo giorno

la vita svelerà il suo mistero;

le bende del tempo cadranno una ad una

rivelandoci il nostro destino:

comunque ci adoperiamo

comunque gli affanni precedono i nostri pensieri,

nessun mortale conosce quanto lungo sia il filo della propria esistenza.

I nodi del bene rincorreranno quelli del male

in una sequenza  unicamente figlia delle nostre azioni.

Le nostre mani avvizziranno;

nei loro solchi il dolore di un rimpianto,

la gioia di un sentimento trasmesso.

Guardando alle nostre spalle,

al posto lasciato vuoto, infine sapremo.

Ri-flessioni

………..stà scritto: NON GETTATE LE PERLE AI PORCI AFFINCHE’ QUESTI NON LE CALPESTINO E SI RIVOLTINO CONTRO DI VOI………. . i ntelligenti  pauca.

…….nell’accezione tutta positiva del concetto che vado ad esprimere, è una bella sorpresa quella di un giornalista sportivo rimasto ragazzo; innocente, per niente malfido, anzi, genuino, sanguigno per passione, generoso come solo i ragazzi sanno esserlo.

Le sue videocronache sportive sono coinvolgenti e mi fanno sempre sentire l’antico sapore di quando, ragazzino, ho seguito qualche volta mio padre allo stadio…….vecchio abbonato di curva B. Anche negli stati d’animo palesati senza risparmio, ha il merito di farmi riscoprire il calcio. Eh si! Spesso sono nauseato da questo sport, tant’è che la Nazionale non riesce più a coinvolgermi a livello emozionale………invece le videocronache di Carlo Alvino sono come un bicchiere di vino rosso (di quello buono) bevuto tra amici…..ti fà venire la voglia di accendere la tua passione sportiva. Da qualche tempo la mia squadra del cuore languiva, per risultati e per gioco, e, come tutti i ragazzi, anche il nostro languiva; lo confesso, sentire e vedere Carlo sconfortato era uno sconforto pure per me (da vero tifoso, Carlo ha il dono di riconoscere la superiorità degli avversari e questo lo rende credibile come interprete delle gare). Ora che i nostri colori hanno ripreso vita, anche lui ha ripreso entusiasmo…………e ne trasmette a tutti noi.

Insomma, seguo con piacere il mio Napoli attraverso le sue emozioni, e questo mi permette ogni domenica di scrivere una bella parentesi negli affanni della vita quotidiana………bravo Carlo, che non presumi, non imiti, e sai urlare la gioia…………come un ragazzo……….chissà se qualche volta ci ritroveremo a bere un bel bicchiere di vino rosso insieme…….magari dopo una bella vittoria del nostro Napoli! Amen!

 Dante Alighieri: Comedia – Paradiso

Canto XXXIII: Preghiera di S.Bernardo alla Vergine Maria

 «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 

umile e alta più che creatura, 

termine fisso d’etterno consiglio, 

tu se’ colei che l’umana natura 

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore 

non disdegnò di farsi sua fattura. 

      Nel ventre tuo si raccese l’amore, 

per lo cui caldo ne l’etterna pace 

così è germinato questo fiore. 

      Qui se’ a noi meridiana face 

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali, 

se’ di speranza fontana vivace. 

      Donna, se’ tanto grande e tanto vali, 

che qual vuol grazia e a te non ricorre 

sua disianza vuol volar sanz’ali. 

      La tua benignità non pur soccorre 

a chi domanda, ma molte fiate 

liberamente al dimandar precorre. 

      In te misericordia, in te pietate, 

in te magnificenza, in te s’aduna 

quantunque in creatura è di bontate. 

      Or questi, che da l’infima lacuna 

de l’universo infin qui ha vedute 

le vite spiritali ad una ad una, 

      supplica a te, per grazia, di virtute 

tanto, che possa con li occhi levarsi 

più alto verso l’ultima salute. 

      E io, che mai per mio veder non arsi 

più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi 

ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 

      perché tu ogne nube li disleghi 

di sua mortalità co’ prieghi tuoi, 

sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi. 

      Ancor ti priego, regina, che puoi 

ciò che tu vuoli, che conservi sani, 

dopo tanto veder, li affetti suoi. 

      Vinca tua guardia i movimenti umani: 

vedi Beatrice con quanti beati 

per li miei prieghi ti chiudon le mani!». 

      Li occhi da Dio diletti e venerati, 

fissi ne l’orator, ne dimostraro 

quanto i devoti prieghi le son grati; 

      indi a l’etterno lume s’addrizzaro, 

nel qual non si dee creder che s’invii 

per creatura l’occhio tanto chiaro. 

      E io ch’al fine di tutt’i disii 

appropinquava, sì com’io dovea, 

l’ardor del desiderio in me finii. 

      Bernardo m’accennava, e sorridea, 

perch’io guardassi suso; ma io era 

già per me stesso tal qual ei volea: 

      ché la mia vista, venendo sincera, 

e più e più intrava per lo raggio 

de l’alta luce che da sé è vera. 

      Da quinci innanzi il mio veder fu maggio 

che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede, 

e cede la memoria a tanto oltraggio. 

      Qual è colui che sognando vede, 

che dopo ‘l sogno la passione impressa 

rimane, e l’altro a la mente non riede, 

      cotal son io, ché quasi tutta cessa 

mia visione, e ancor mi distilla 

nel core il dolce che nacque da essa. 

      Così la neve al sol si disigilla; 

così al vento ne le foglie levi 

si perdea la sentenza di Sibilla. 

      O somma luce che tanto ti levi 

da’ concetti mortali, a la mia mente 

ripresta un poco di quel che parevi, 

      e fa la lingua mia tanto possente, 

ch’una favilla sol de la tua gloria 

possa lasciare a la futura gente; 

      ché, per tornare alquanto a mia memoria 

e per sonare un poco in questi versi, 

più si conceperà di tua vittoria. 

      Io credo, per l’acume ch’io soffersi 

del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, 

se li occhi miei da lui fossero aversi. 

      E’ mi ricorda ch’io fui più ardito 

per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi 

l’aspetto mio col valore infinito. 

      Oh abbondante grazia ond’io presunsi 

ficcar lo viso per la luce etterna, 

tanto che la veduta vi consunsi! 

      Nel suo profondo vidi che s’interna 

legato con amore in un volume, 

ciò che per l’universo si squaderna: 

      sustanze e accidenti e lor costume, 

quasi conflati insieme, per tal modo 

che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. 

      La forma universal di questo nodo 

credo ch’i’ vidi, perché più di largo, 

dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. 

      Un punto solo m’è maggior letargo 

che venticinque secoli a la ‘mpresa, 

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. 

      Così la mente mia, tutta sospesa, 

mirava fissa, immobile e attenta, 

e sempre di mirar faceasi accesa. 

      A quella luce cotal si diventa, 

che volgersi da lei per altro aspetto 

è impossibil che mai si consenta; 

      però che ‘l ben, ch’è del volere obietto, 

tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella 

è defettivo ciò ch’è lì perfetto. 

      Omai sarà più corta mia favella, 

pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante 

che bagni ancor la lingua a la mammella. 

      Non perché più ch’un semplice sembiante 

fosse nel vivo lume ch’io mirava, 

che tal è sempre qual s’era davante; 

      ma per la vista che s’avvalorava 

in me guardando, una sola parvenza, 

mutandom’io, a me si travagliava. 

      Ne la profonda e chiara sussistenza 

de l’alto lume parvermi tre giri 

di tre colori e d’una contenenza; 

      e l’un da l’altro come iri da iri 

parea reflesso, e ‘l terzo parea foco 

che quinci e quindi igualmente si spiri. 

      Oh quanto è corto il dire e come fioco 

al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, 

è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. 

      O luce etterna che sola in te sidi, 

sola t’intendi, e da te intelletta 

e intendente te ami e arridi! 

      Quella circulazion che sì concetta 

pareva in te come lume reflesso, 

da li occhi miei alquanto circunspetta, 

      dentro da sé, del suo colore stesso, 

mi parve pinta de la nostra effige: 

per che ‘l mio viso in lei tutto era messo. 

      Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige 

per misurar lo cerchio, e non ritrova, 

pensando, quel principio ond’elli indige, 

      tal era io a quella vista nova: 

veder voleva come si convenne 

l’imago al cerchio e come vi s’indova; 

      ma non eran da ciò le proprie penne: 

se non che la mia mente fu percossa 

da un fulgore in che sua voglia venne. 

      A l’alta fantasia qui mancò possa; 

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle

sì come rota ch’igualmente è mossa, 

      l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Occhi possiedi come stille di rugiada

per vedere, eppure non guardi

oltre le nebbie immobili della brughiera

al primo albeggiare del giorno;

Lingua hai simile ad un  multicorde armonio

per cantare, eppure alcun suono

solfeggi di là dalle  pietre scarne,

stese silenti al sole ;

Orecchie come vortici tra le onde

vanti per ascoltare, eppure non odi

lo stormire lieve dei venti,

che  accompagnano le prime ombre della sera.

Un simulacro di sale si erge ai miei occhi;

flebili parvenze su pareti ormai spoglie,

inespressive di te al disadorno altare.

Aiuto!

Mi vedo costretto, mio malgrado, considerato il mio proverbiale rispetto verso le opinioni altrui, ad esprimere alcune brevi considerazioni sulla “vexata quaestio” che tanto appassiona in questi giorni “certi” italiani: il Crocefisso nelle scuole.

Premetto di essere, da sempre, un sincero assertore della libertà di pensiero e, dunque, di fede, almeno pari alla mia idiosincrasia rispetto agli Stati confessionali che, nella maggior parte dei casi, sviliscono il concetto di Fede facendone una bandiera di intolleranza, intransigenza, servendosene addirittura per giustificare una pericolosa aggressività (leggi Iran ed Israele) che ancora oggi (la Storia nulla ha insegnato) destabilizza intere aree del Mondo. In virtù di quanto sopra, ho sempre guardato, viceversa, con ammirazione quei popoli che identificandosi in una Fede religiosa, ne hanno saputo trarre benefici in termini di tolleranza, accoglienza, evoluzione del pensiero e del progresso scientifico (così fu, ad esempio, all’inizio per l’Islam di Maometto, Avicenna ed Averroè….in un’epoca che vedeva l’Europa occidentale precipitata nel buio della barbarie).

Orbene, io sono di religione cristiana e di fede cattolica…….ne sono orgoglioso…….mi identifico in pieno in quello che è il progetto salvifico di Gesù Cristo……..mi sforzo ogni giorno per essere un buon fedele e, di conseguenza, un buon cittadino; proprio in virtù della mia Fede religiosa, guardo con amicizia chiunque, abbia questi pelle bianca,nera,gialla o di qualsiasi altro colore, e chiunque è degno del mio rispetto e della mia attenzione. Tutto questo ha una genesi, ovviamente, formatasi nel mistero della nascita, della morte e della resurrezione di Gesù. Vorrei che qualcuno mi spiegasse come può un simbolo come quello della Croce evidenziare invece divisione, settarismo,prevaricazione,intolleranza o peggio violenza: quel segno è davvero discriminante?…..ovvero, è discriminante il segno o ciò che esso rappresenta?…….e se il segno rappresenta la sofferenza del Mondo, il desiderio di Pace, la prospettiva di un Amore ecumenico, dov’è lo scandalo a causa di quel segno? Se io vivessi a Damasco, avrei rispetto per i luoghi santi dell’Islam, per quella cultura e per chi la professa……..non mi sentirei discriminato dal fatto di trovare moschee ad ogni angolo della città………mi si spieghi perchè un musulmano od un ebreo od un buddhista dovrebbero sentirsi umiliati per il fatto che in Italia, nella mia casa, io espongo un simbolo di pace!…..Si……perchè la mia pace è in Cristo, come la pace del muslim è in Allah, come la pace del giudeo è in Jahvè……..il problema allora si sposta…..si cerca e si vuole veramente la Pace?……..o è che qualcuno vuole promuovere una santa guerra in nome della divinità ed i fessi abboccano?

La cittadina finlandese che ha promosso istanza all’Alta Corte Europea è forse tanto atea da non tollerare che ci siano persone che nutrano una Fede?

Forse lo stoccafisso che le alberga il petto al posto del cuore l’ha resa eunuca negli affetti e nei sentimenti? E ammesso che ne abbia, di che genere e natura sono? Come vengono coltivati? Con l’arroganza del “laicismo ad ogni costo”?

Non sono affatto un cattolico “imbraghettato” nè tantomeno il solito “benpensante”……ma la Ragione quando sia completamente avulsa dalla Fede produce danni davvero inquietanti.

 

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‘A livella. Una poesia del principe Antonio De Curtis


 

 
Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo, e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto, statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del’31″

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe’ segno, sulamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto, che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo, o è fantasia?

Ate che fantasia; era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo, ‘a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo… calmo calmo,
dicette a don Gennaro: “Giovanotto!
Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!
La casta è casta e va, si, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!
Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente”

“Signor Marchese, nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?
Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé..- piglia sta violenza…
‘A verità, Marché, mme so’ scucciato
‘e te senti; e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

“Lurido porco!…Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
che staje malato ancora e’ fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti…nun fa ”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

 
 

 

In me

Un vento freddo sferza le avite pietre;

mani rossastre carezzano il cielo nell’aria tersa del mattino:

ad esse comparo l’approssimarsi dell’inverno,

mentre ascolto voci antiche tra i sussurri dell’anima.

Immagini sempre vive di affettuoso dolore

mi trafiggono, desiderate, come rovi incantati;

l’appartenenza del ramo all’albero non muore benchè  reciso,

ed io recisi conservo in me i fiori sempreverdi

di quell’amore smisurato dal cui seme germogliò la mia vita.

Non bisogna mai rinchiudersi in se stessi………………………soprattutto quando non si ha la chiave per uscirne……………….

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