…………..ed io continuo a sperare…………………………………………………………
E’ una fredda mattina di dicembre……….
15/12/2009
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Giorno dopo giorno la vita svela il suo mistero; le bende del tempo cadono una ad una rivelandoci il nostro destino: comunque ci adoperiamo comunque gli affanni precedono i nostri pensieri, nessun mortale conosce quanto lungo sia il filo della propria esistenza.
I nodi del bene rincorrono quelli del male in una sequenza unicamente figlia delle nostre azioni. Le nostre mani avvizziscono; nei loro solchi il dolore di un rimpianto, la gioia di un sentimento trasmesso.
Guardando alle nostre spalle, al posto lasciato vuoto, infine sapremo.
Ri-flessioni
11/12/2009
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………..stà scritto: NON GETTATE LE PERLE AI PORCI AFFINCHE’ QUESTI NON LE CALPESTINO E SI RIVOLTINO CONTRO DI VOI………. . i ntelligenti pauca.
Carlo Alvino……un giornalista rimasto ragazzo
09/12/2009
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…….nell’accezione tutta positiva del concetto che vado ad esprimere, è una bella sorpresa quella di un giornalista sportivo rimasto ragazzo; innocente, per niente malfido, anzi, genuino, sanguigno per passione, generoso come solo i ragazzi sanno esserlo.
Le sue videocronache sportive sono coinvolgenti e mi fanno sempre sentire l’antico sapore di quando, ragazzino, ho seguito qualche volta mio padre allo stadio…….vecchio abbonato di curva B. Anche negli stati d’animo palesati senza risparmio, ha il merito di farmi riscoprire il calcio. Eh si! Spesso sono nauseato da questo sport, tant’è che la Nazionale non riesce più a coinvolgermi a livello emozionale………invece le videocronache di Carlo Alvino sono come un bicchiere di vino rosso (di quello buono) bevuto tra amici…..ti fà venire la voglia di accendere la tua passione sportiva. Da qualche tempo la mia squadra del cuore languiva, per risultati e per gioco, e, come tutti i ragazzi, anche il nostro languiva; lo confesso, sentire e vedere Carlo sconfortato era uno sconforto pure per me (da vero tifoso, Carlo ha il dono di riconoscere la superiorità degli avversari e questo lo rende credibile come interprete delle gare). Ora che i nostri colori hanno ripreso vita, anche lui ha ripreso entusiasmo…………e ne trasmette a tutti noi.
Insomma, seguo con piacere il mio Napoli attraverso le sue emozioni, e questo mi permette ogni domenica di scrivere una bella parentesi negli affanni della vita quotidiana………bravo Carlo, che non presumi, non imiti, e sai urlare la gioia…………come un ragazzo……….chissà se qualche volta ci ritroveremo a bere un bel bicchiere di vino rosso insieme…….magari dopo una bella vittoria del nostro Napoli! Amen!
A Maria Vergine
02/12/2009
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Dante Alighieri: Comedia – Paradiso
Canto XXXIII: Preghiera di S.Bernardo alla Vergine Maria
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.
E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.
Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colui che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa,
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
però che ‘l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;
ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

