Ottobre…….tempo di……sagre!

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Ottobre……..profumi penetranti e robusti…….di bosco e di muschi, di mosto e di funghi: e dove se non a Cusano Mutri gustare tutto questo? Stavolta non me la sono lasciata scappare la “Sagra del fungo”……….in questo incantevole borgo che sa ancora di vita operosa e di semplicità. Girando tra le stradine inerpicate sul costone roccioso, di questa cittadina beneventana del comprensorio del Matese, mi è capitato di imbattermi sempre in una serena cordialità………..ricordo in modo particolare la genuinità dei ragazzi dell’azione cattolica locale, impegnati nell’illustrare le bellezze locali ed in modo particolare le tracce storiche di Cusano.

La cittadina è davvero splendida da vedere……….ancorchè racchiusa dai monti circostanti come in uno scrigno……..mai grigia, mai spenta……ma viva e…..soprattutto a dimensione umana. Mi ha ricordato le antiche fiere medievali, dove il brulichìo della gente dominava su tutto ed il tempo pareva fermarsi tra un assaggio di cacio e gli immancabili acquisti……………

Ho gustato soprattutto la polenta e le tagliatelle ai funghi, senza dimenticare caldarroste e more selvatiche…….che bontà per noi prigionieri della città!

Irripetibile

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angel_islandSulla riva del mare,

assorto nei riflessi luccicanti

ondivaghi fra le spume azzurre,

guardo lo zefiro leggero

scivolare tra le pieghe dell’ultimo orizzonte,

tra i granelli di sabbia ed il cielo.

Sdraiato sui miei pensieri

il viso proteso dalle braccia conserte,

mi affaccio silenzioso al mondo circostante:

la sublimazione di un istante mi vince,

una dolcezza infinita bacia la mia anima.

Irripetibile.

Un Mondo antico

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GIOSUE’ CARDUCCI

DAVANTI A SAN GUIDO

I cipressi che a Bòlgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar.

Mi riconobbero, e “Ben torni omai”
Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino
“Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido così?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui!”

“Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei”
Guardando lor rispondeva, “oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:
Or non è più quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… Via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù:
Non son più, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro più.

E massime a le piante”. Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò
E il dì cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
“Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ‘l lor bianco velo;

E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà”.

Ed io: “Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Tittì” rispondea; “Lasciatem’ire.
È la Tittì come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!”.

“Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta?”
E fuggìano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giù de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sì sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co ‘l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! Deh com’era bella
Quand’ero bimbo! Ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

“Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare”.

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio così.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggìa la vaporiera
Mentr’io così piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.

 

Il Natale nella mia Napoli

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L’esordio è amaro………infatti la “mia” Napoli quasi non esiste più……..è un mito che ancora vive in me per le tante cose che mi ha saputo donare sin da quando, bambino, mia madre me ne ha fatto conoscere gli angoli più belli, le immagini più fantastiche che tanta parte hanno avuto nella costruzione del mio essere. Eppure, proprio come si guarda una vecchia e cara foto ingiallita dal tempo, che in punta di piedi riporta in superficie ricordi indelebili ancorchè trascurati per le alterne vicende del fato, pure l’affetto mi pare insufficiente e la severità nei suoi confronti ingenerosa, se per un attimo ripercorro quelle immagini.

Il Natale nella mia Napoli non è festa: è “la Festa”……di un popolo in perenne attesa………di vicoli impregnati di antica sapienza. Le piazzette dei Decumani……..gli aviti palazzi……..le mura consumate dal tempo……..i vecchi banchi del gioco del lotto e poi……..e poi S.Gregorio Armeno, gli artigiani operosi….una umanità in cammino…….; le botteghe traboccanti sui marciapiedi………..miscugli di colori, profumi, sapori che ondeggiano dalle alici in salamoia al baccalà………..dai mandarini alla frutta secca……….dalla pasta avvolta nella tradizionale carta blu ai dolci della tradizione…….dai formaggi ai salumi paesani…….dalle olive alle castagne……..un mondo variopinto……..la vita insomma. E la vita ritrovavo nei presepi in bella mostra…….mani sapienti che parevano abbracciare ed abbracciarsi attraverso i pastori in cammino……….. . 

 

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Come dimenticare quello che, alla fine…..la sera del 24 dicembre, diventava la festa della famiglia………il modo per attenuare le sofferenze quotidiane………per sciogliere in un abbraccio ogni malumore…….ogni tensione……..quando ad un bambino spuntava una lagrima per la gioia infinita di scoprire tanto amore intorno a sè……………tra il tintinnio di piatti e bicchieri, ed il profumo delle pietanze. Eccole qui……….quelle tradizionali…..ortodosse……….senza commistioni……….come un rigido cerimoniale da rispettare:

Senza dimenticare un pò di buon Solopaca di Benevento magari accompagnato da Aglianico del Taburno……………… .

Il tutto mentre un robusto ceppo di castagno bruciava nel camino, con il suo crepitìo e le sue lingue di fuoco rossastre……………..a riscaldare anime e cuori, per un giorno lontani da ogni dolore.

E poi……..e poi……….finalmente Lui……….che da sempre ogni giorno raduna le sue pecorelle……..le chiama ad una ad una……..senza dimenticarne nessuna……….che attende pazientemente anche quella in perenne ritardo……..che non vuole che alcuna si disperda……….e che nella magica notte del Natale ci ricorda che siamo sue creature e che non rinuncerà mai a noi…………… .

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LA PREMIATA FORNERIA DEL BORGO NORMANNO

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Non ho avuto modo, ad oggi, di dire della Premiata Forneria del Borgo Normanno; di questa nobile, ancorchè fondata su principi di libertà, uguaglianza e fraternità, officina di idee, pensieri, ricordi…….che,  come il pane, il più nobile degli alimenti perchè “primus”, abbisogna di ingredienti semplici e naturali, duro lavoro ed applicazione, per poter emettere quel profumo di………..vita tanto caro all’Umanità.

Ebbene, egregi lettori e gentili lettrici, internauti appassionati e neofiti speranzosi……nel caso vi imbattiate cammin facendo, in questa umile bottega di sapori umani……..fermatevi un attimo, cogliete l’occasione di riflettere un istante su un vostro pensiero ormai finito tra le pieghe del tempo………annusate e mangiate un pò di questo pane, che, sebbene ruvido e non aulico….tuttavia è stato preparato con amore. Se riusciremo ad imprimere un sorriso, anche lieve, sui vostri volti…….sulle vostre malinconie, avremo ottenuto il solo ed autentico doblone che vale la pena mettere da parte nel nostro tesoro, lì……….presso il nostro cuore…….perchè qui…..in questo luogo……..è il cuore che comanda. Grazie. 

O’ Purcaro – il porcaro:costumi dei casali napoletani

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Un tempo, nella quieta vita dei piccoli centri che formavano la cintura di Napoli, denominati “casali”, tra le tante attività in cui era quotidianamente impegnata la comunità, assumeva un ruolo di straordinaria importanza (più avanti ne spiegheremo i motivi) l’opera del “porcaro”. Per meglio delinearne la figura, non si può fare a meno di una digressione sull’importanza che da sempre ha avuto  il maiale nell’economia locale. Infatti, una volta introdotto nell’Italia meridionale dagli antichi Romani l’uso di consumare carne suina, tipico delle popolazioni galliche cisalpine, si è assistito col tempo ad una vasta diffusione, tra le comunità, dell’allevamento di questo animale, il quale, a dire il vero, possedeva tantissime virtù. “D’ o’ puorco nun se jetta niente”  recitava un vecchio detto popolare; ed era vero!

Ogni parte di questo animale risultava preziosa per i più svariati usi: le carni, sostanziose, ricche – le visceri, adatte alla conservazione dei derivati della carne stessa – il sangue, ingrediente di base per l’alta pasticceria – il fegato, dal gusto prelibato – addirittura il duro pelo del mantello, utilissimo per la fabbricazione dei pennelli.

Si capisce che allevare un siffatto animale garantiva ad una intera famiglia la sussistenza economica ed alimentare, grazie alle carni……ed al  commercio delle altre parti del corpo: ce n’era di che ricavarne per ammortizzare i costi dell’allevamento stesso.

L’unico vero problema era costituito dalla necessità di rivolgersi ad una persona esperta per l’abbattimento, la macellazione e la lavorazione dell’animale: il Porcaro, appunto.

Era un vero e proprio esperto……perchè era necessaria molta competenza per “scannare” un maiale, eviscerarlo e macellarlo; nessuna parte dell’animale doveva andare perduta, “rovinarsi” và…………Generalmente, lo si abbatteva conficcandogli un coltello nella giugulare e raccogliendone immediatamente il sangue per non corromperlo.

Ricordo che quando ero bambino, mi piaceva assistere, insieme ai ragazzi della strada ove abitavo, che erano tutti miei compagni di giochi, alle fasi dell’evento……accadeva in genere agli inizi di settembre……per dare modo alle carni di essere poi pronte per l’inverno. Ricordo che l’animale quasi presagiva il momento in cui avrebbe ricevuto il colpo mortale, e per questo emetteva grugniti acuti, più simili a squittii di dolore.

Il sangue veniva immediatamente preservato: era una vera prelibatezza per la pasticceria tipica napoletana; infatti era l’ingrediente fondamentale per il sanguinaccio. Altro uso tipico che se ne faceva era quello di insaccarlo negli intestini ben lavorati per cucinare il cosiddetto “samurchio”……purtroppo non esiste altro termine di mia conoscenza per indicare questa pietanza; in ogni caso, sanguinaccio e samurchio erano delle vere prelibatezze ed io ne ero ghiotto. Mia madre, che si rivolgeva ad un “porcaro” di fiducia, sapeva preparare entrambe le cose…….e vi assicuro….a casa era una festa quando si presagiva l’evento.

Il sanguinaccio, molto diffuso, lo si preparava stemperandolo con cacao puro, filtrando il tutto fino ad ottenere una crema che, ben cotta a fuoco lento, era simile a cioccolato fuso, buonissimo da consumarsi con cialde biscottate……..all’ora del thè inglese……; il samurchio invece, veniva preparato filtrando ben bene il sangue, che, successivamente, veniva condito con finocchietto, un pizzico si sale, ed insaccato in intestini di piccolo e medio calibro……indi bollito, fino a quando il sangue non coagulava completamente. Si consumava tagliato a fettine, come un salame, con un pizzico di pepe nero su ciascuna fetta, spessa un dito.

Oggi, le leggi comunitarie, tra le tante cose, hanno cancellato anche queste pietanze….spazzato via per sempre un pezzo delle nostre tradizioni…….a questo punto sorge spontaneo un ……..MAH!

La mia Napoli

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Un tempo, a Napoli esisteva, tra i tanti, comuni o frutto della grande capacità di inventarsene uno nuovo, il mestiere di “Accordatore”. L’Accordatore non era, come erroneamente si potrebbe pensare, uno che avesse a che fare con strumenti musicali; difatti, il suo ruolo era quello di fare da “paciere” nelle piccole controversie quotidiane……nei litigi del vicolo. Era uno, insomma, che vendeva buonsenso e che, spesso, evitava il dilatarsi esponenziale delle piccole beghe che, un tempo, quando si viveva in quindici in un solo locale sito in qualunque basso del ventre della città, minacciavano comunque il quieto vivere. A tale proposito, come non ricordare l’oleografia preziosa che ci venne cinematograficamente donata dal maestro Vittorio De Sica in “L’oro di Napoli” tratto dallo scritto di Giuseppe Marotta…….immortalato dalla figura di Eduardo De Filippo; l’episodio, manco a farlo apposta, era intitolato ” Don Ersilio Miccio vendeva saggezza”. Nel citato episodio, l’irritazione di un gruppo di poveri ma onesti cittadini, da anni vittima della ottusità di un dispotico signorotto napoletano, minacciava la tranquillità del vicolo e……solo l’intervento acuto, saggio, previdente ed opportuno dell’accordatore, in questo caso Eduardo nei panni di Don Ersilio, riesce ad evitare che dalla ragione, i poveri ma onesti cittadini anzidetti passino dalla parte del torto attraverso una spropositata reazione.

Penso ai tempi attuali…….a questa società dove gli anziani, che sono in sì gran numero, vengono emarginati……vilipesi…..disconosciuti; la cui esperienza viene svilita……svenduta……sbeffeggiata. Ma la Storia insegna che se l’Umanità ha percorso le vie del Progresso, lo ha fatto memore delle esperienze del proprio passato; l’esperienza frutto del confronto come pure dei conflitti generazionali ha prodotto idee…..e…..anche se queste sono state portate avanti da una generazione successiva a quella che le aveva partorite…..non per questo la prima deve essere misconosciuta.

I vecchi…….i saggi dovremmo dire.

Si è quel che si è anche grazie a loro…..checchè se ne dica; senza la consapevolezza del passato non si possono volgere i pensieri al futuro…..è questo vale per tutti……in qualunque parte del mondo.

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